Tortura: rapporto di Amnesty International sull’impunità
Amesty International evidenzia periodicamente la persistenza della tortura nello Stato spagnolo; nel suo rapporto annuale sul 2006, si riferisce in particolare ai cinque giorni di isolamento assoluto, prorogabili fino a tredici, previsti dalla legalità spagnola per gli arrestati.

Gorka Lupiañez torturato
Il giovane di Durango Gorka Lupiañez è stato arrestato dalla Guardia Civil il 6 dicembre, nel corso di un controllo nella località di Berriz, mentre si spostava a piedi, dopo di che è stato condotto alla caserma “La Salve” in regime di isolamento assoluto; Lupiañezsi trovava in libertà provvisoria ed era previsto che sarebbe stato giudicato in gennaio, accusato di avere partecipato a diversi atti di sabotaggio, motivo per il quale era già stato arrestato in due occasioni e, in entrambe, aveva denunciato di avere subito torture.

Prigionieri ammalati
Gotzone López de Luzuriaga
Sono nove i prigionieri baschi che soffrono di malattie gravi ed incurabili e che si trovano, obiettivamente, nelle condizioni per essere scarcerati, soddisfando le condizioni imposte a questo scopo dall’articolo 92 del Codice Penale.


ANALISI:
Situazione della lotta contro la tortura.
Julen Arzuaga, Coordinador de Behatokia
Processo 18/98:
Centinaia di anni per attività commerciali, sociali, politiche e culturali
La Audiencia Nacional, dopo avere fatto trapelare sulla stampa gran parte dei suoi contenuti, il 19 dicembre scorso ha finalmente reso nota la sentenza del Processo 18/98

Incarcerata la mesa nacional di Batasuna: i diritti politici?
Con l’arresto di Juan Mari Olano, dopo una manifestazione brutalmente attaccata dalla brigata mobile della Polizia Autonoma Basca, che il 9 settembre ha provocato dozzine di ferite in una giornata di festa, si è dato definitivamente il via a questa nuova dinamica.

Garzón manda in prigione Marije Fullaondo
Proprio una delle ricorrenti al Tribunale di Strasburgo contro la messa fuori legge di Herritarren Zerrenda, Marije Fullaondo, è stata arrestata il 18 dicembre scorso in un’operazione condotta dal magistrato della Audiencia Nacional

Strasburgo ammette il ricorso di Batasuna contro la sua messa fuori legge
All’inizio di dicembre è stato confermato che il Tribunale Europeo per i Diritti Umani analizzerà i ricorsi di Herri Batasuna e di Batasuna, oltre a quelli di Autodeterminaziorako Bilgunea (AuB), delle piattaforme elettorali locali e di Herritarren Zerrenda (HZ), contro la loro messa fuori legge in applicazione della Legge sui Partiti Politici.
:: Tortura: rapporto di Amnesty International sull’impunità
Amesty International evidenzia periodicamente la persistenza della tortura nello Stato spagnolo; nel suo rapporto annuale sul 2006, si riferisce in particolare ai cinque giorni di isolamento assoluto, prorogabili fino a tredici, previsti dalla legalità spagnola per gli arrestati. L’organismo internazionale evidenzia che, durante il periodo di isolamento assoluto, “persone arrestate con l’accusa di presunta relazione con ETA, hanno denunciato di avere subito torture”; di seguito, Amnesty evidenzia anche che, nonostante lo Stato spagnolo abbia ratificato il Protocollo Facoltativo della Convenzione contro la Tortura, «ha mantenuto pratiche condannate dal Relatore speciale delle Nazioni Unite in quanto ha ritenuto che esse aumentino il rischio di torture e maltrattamenti».

Amnesty International sottolinea «molti casi» di tortura e maltrattamenti «restano impuniti e non portano ad indagine sistematiche ed indipendenti». Proprio l’impunità risulterà particolarmente evidenziata nel rapporto pubblicato lo scorso novembre, “Sale sulla ferita”, che, riferendosi esclusivamente allo Stato spagnolo, raccoglie i casi nei quali sono paradigmatiche l’insufficiente indagine giudiziaria e la mancanza di adozione di provvedimenti disciplinari e quelli nei quali i torturatori hanno goduto dell’indulto governativo.

In concreto, il rapporto raccoglie due casi nei quali Behatokia si è attivata esplicitamente: quello di Joxe Arregi, morto sotto tortura il 13 febbraio 1981, nel quale furono implicati 73 poliziotti, dei quali solo cinque sono stati inizialmente arrestati ma, a causa delle forti pressioni esercitate dai loro superiori, che hanno a questo scopo organizzato una protesta collettiva, solo due sono stati giudicati ed, infine, condannati. Amnesty International menziona le promozioni di uno di essi, Gil Rubiales, ma egli non è l’unico, ma tutti e cinque haoono occupato o occupano alte cariche; l’altro condannato, Julián Marín, ad esempio, è commissario capo ed è in forza, come Aggregato del Ministero degli Interni, all’ambasciata di Quito, in Ecuador. Anche gli altri tre poliziotti inizialmente accusati, hanno fatto rapidamente carriera.

Quanto al secondo caso menzionato nel rapporto, quello di Kepa Urra, a due dei condannati è stato concesso l’indulto nel 1999, dopo essere stati ricevuti da Aznar alla Mocloa (sede del Governo spagnolo, N.d.T.) e già a quel tempo occupavano posti di rilevanza strategica: Manuel Sánchez Corbí, promosso capitano mentre il processo per torture era in pieno corso, una volta ottenuto l’indulto fu immediatamente nominato comandante, era il responsabile del coordinamento con la Francia della lotta antiterrorista e José María de las Cuevas Carretero era destinato all’Unità Servizi Speciali della Guardia Civil. Carretero ricevette, come rappresentante della Polizia Giudiziaria, i membri del CPT del Consiglio d’Europa, che realizzarono un visita in Spagna nel 2001; le autorità scelsero proprio un torturatore condannato e che aveva poi goduto dell’indulto per ricevere un prestigioso organismo per la prevenzione della tortura. Le stesse autorità sono tornate a mostrare lo stesso assoluto disprezzo non rispettando affatto la Risoluzione del Comitato contro la Tortura dell’ONU in riferimento a Kepa Urra, nel quale si raccomandava allo Stato di «vigilare affinché, nella pratica, siano inflitte pene adeguate agli autori di atti di tortura e si assicuri alla vittima una riparazione completa». Nessuna delle azioni richieste dal Comitato perché la vittima di tortura fosse risarcita è stata messa in atto da parte dello Stato spagnolo.

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:: Gorka Lupiañez torturato

Il giovane di Durango Gorka Lupiañez è stato arrestato dalla Guardia Civil il 6 dicembre, nel corso di un controllo nella località di Berriz, mentre si spostava a piedi, dopo di che è stato condotto alla caserma “La Salve” in regime di isolamento assoluto; Lupiañezsi trovava in libertà provvisoria ed era previsto che sarebbe stato giudicato in gennaio, accusato di avere partecipato a diversi atti di sabotaggio, motivo per il quale era già stato arrestato in due occasioni e, in entrambe, aveva denunciato di avere subito torture.

L’isolamento assoluto è durato cinque giorni durante i quali l’arrestato è rimasto sotto custodia della Guardia Civil ed altri sette giorni dopo il suo ingresso in carcere, in applicazione della riforma del 2003, in virtù della quale (contrariamente alle raccomandazioni internazionali) si prolunga l’estensione del periodo di isolamento assoluto. Il giovane ha reso un racconto raccapricciante del trattamento ricevuto, specificando che le botte sono iniziate immediatamente dopo l’arresto, “soprattutto sui testicoli” e che, una volta trasferito a Madrid, gli è stato messo il “sacchetto” (tortura mediante asfissia, N.d.T.) più di 50 volte al giorno. Ha anche raccontato di essere stato obbligato a fare “migliaia di flessioni”, che per due volte ha subito la “vasca da bagno” (tortura mediante affogamento, N.d.T.) e di essere stato violentato una volta con un bastone; ha raccontato che un Guardia Civil “mi ha legato i testicoli ed il pene con una corda e ha iniziato a tirare; mi strattonava anche con le mani, ad un certo punto ho cominciato a sanguinare da pene”. L’intera testimonianza è disponibile su www.behatokia.info

Le presunte misure di prevenzione che, in altri casi, hanno potuto avere una certa capacità di dissuasione, hanno dimostrato la loro assoluta inefficacia, poiché la loro applicazione è volontaria, aleatoria ed episodica. Il regime di isolamento assoluto, recentemente riformato per prolungarlo e renderlo, pertanto, più efficace, dimostra tutte le sue potenzialità. Neppure la denuncia pubblica si è rivelata efficace, a causa del silenzio dei partiti politici, degli opinionisti e dei grandi mezzi di comunicazione; la tortura resta sistematica e le testimonianze in merito nascoste dal silenzio complice.


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:: Prigionieri ammalati: Gotzone López de Luzuriaga

Sono nove i prigionieri baschi che soffrono di malattie gravi ed incurabili e che si trovano, obiettivamente, nelle condizioni per essere scarcerati, soddisfando le condizioni imposte a questo scopo dall’articolo 92 del Codice Penale.

A López de Luzuriaga, che ha già scontato 18 anni, è stato diagnosticato un carcinoma duttale infiltrante al seno (cancro al seno) agli inizi di quest’anno; il 21 giugno 2007 ha subito un intervento chirurgico, dopo il quale il servizio di oncologia dell’ospedale di Jaen, dove è in cura, ha prescritto un trattamento di radioterapia. Fin dall’inizio, le difficoltà nel seguire questa terapia sono state costanti: condizioni disumane durante i trasferimenti, ritardi, mancati appuntamenti alle sedute di terapia programmate…

A questa situazione andrebbe aggiunto che López de Luzuriaga si trova in carcere a 700 chilometri dal suo luogo d’origine, il che rende più difficile l’assistenza da parte di medici di fiducia; la stessa prigione di Jaen ha aperto un fascicolo che conferma la diagnosi di cancro al seno e ha proposto la sua scarcerazione per motivi di salute.

Tuttavia, il Tribunale Centrale di Sorveglianza della Audiencia Nacional, competente riguardo la valutazione dello stato della prigioniera basca e riguardo la sua possibile scarcerazione, lo scorso 16 novembre ha pubblicato un provvedimento: il suo titolare, il giudice José Luis Castro, ha ammesso la gravità della malattia, ma ha negato la messa in libertà perché ha ritenuto che la prigione non la danneggerebbe, contrariamente al criterio dei medici. In effetti, le due diagnosi mediche a disposizione del Tribunale di Sorveglianza (uno fornito dalla dottoressa di fiducia della prigioniera, Dr. Mati Iturralde e l’altra del vicedirettore medico del carcere di Jaen) stabiliscono che Gotzone López de Luzuriaga deve essere scarcerata per potere ricevere un trattamento adeguato al tumore al seno diagnosticatole a giugno.

Il Tribunale si giustifica adducendo «l’impossibilità di garantire minimamente un pronostico, seppure dubbioso, sulla “difficoltà a delinquere e scarsa pericolosità del soggetto»; oltre a queste ragioni circa una recidività, improbabile nello stato in cui si trova López de Luzuriaga, il giudice considera che “non ha dimostrato pentimento né volontà di chiedere perdono alle vittime”. Questi due argomenti sono assolutamente estranei alla procedura stabilita dall’art. 92, che si riferisce esclusivamente a questioni mediche; l’ultimo argomento utilizzato dal giudice, questo sì in riferimento allo stato clinico della prigioniera, è che “non risulta che la permanenza in carcere incida negativamente sul suo decorso”.

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:: Processo 18/98: Centinaia di anni per attività commerciali, sociali, politiche e culturali

La Audiencia Nacional, dopo avere fatto trapelare sulla stampa gran parte dei suoi contenuti, il 19 dicembre scorso ha finalmente reso nota la sentenza del Processo 18/98; in seguito ad essa, sono state dichiarati illegali e sciolti varie imprese commerciali, i mezzi di comunicazione Egin ed Egin Irratia, l’organizzazione politica Ekin, l’Associazione Europea per la solidarietà internazionale Xaki e la Fondazione per lo sviluppo del movimento associativo basco Joxemi Zumalabe, inoltre 47 persone sono state condannate, in quanto membri delle suddette imprese o associazioni, a pene per un totale di 525 anni di prigione per essere state considerate partecipanti, dirigenti o collaboratori della banda terrorista ETA.

La sentenza, oltre a contenere interi paragrafi costituiti da rapporti di polizia, è costellata di apriorismi, pregiudizi, interpretazioni distorte ed interessate, per giustificare la conclusione che, come affermato da Garzón in istruttoria, “tutto è ETA”: «né KAS, né Ekin, né Xaki, costituiscono un’organizzazione armata; non hanno armi, poiché il loro utilizzo non era compito loro ma del braccio armato di ETA, ma dette strutture partecipano pienamente all’unità organizzativa e strutturale dell’organizzazione terrorista ETA». Inoltre, su coloro che erano sotto processo in relazione alle imprese del Gruppo Orain, editore di Egin e di Egin Irratia, sono cadute le pene più alte; il tribunale tenta di giustificare la sua decisione legando le attività volte a pubblicare un giornale e quelle destinate ad eludere l’asfissia economica della quale era vittima ad una supposta dipendenza da ETA e la relatrice della sentenza, Angela Murillo, in proposito, afferma che per sostenere le accuse non ha neppure avuto bisogno di prove: “basta sapere leggere”.

Come già pubblicamente affermato da osservatori internazionali, questa sentenza “significa la normalizzazione di una cultura giuridica d’emergenza o d’eccezione, nella quale si stabiliscono responsabilità penali diffuse e collettive, assolutamente incompatibile con un sistema democratico”; dunque, per essi, la sentenza “si inquadra in una strategia più globale e di lunga durata di criminalizzazione dell’esercizio del diritto di opinione, di riunione, di manifestazione, ed altri, di un settore consistente della società basca”.

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:: Incarcerata la mesa nacional di Batasuna: i diritti politici?

Con l’arresto di Juan Mari Olano, dopo una manifestazione brutalmente attaccata dalla brigata mobile della Polizia Autonoma Basca, che il 9 settembre ha provocato dozzine di ferite in una giornata di festa, si è dato definitivamente il via a questa nuova dinamica; l’accusa non si basava sugli incidenti, né nella supposta illegalità della manifestazione: il reato indicato dal giudice Baltasar Garzón consiste in una “reiterazione di reato” per la continuazione delle sue attività come portavoce dell’organismo a favore dell’amnistia “Askatasuna”. Olano, insieme ad altri 13 membri di questa associazione, è stato in carcerazione preventiva per quattro anni, senza che, a d oggi, si sia celebrato alcun processo per la sua attività politica, senza dubbio fastidiosa per lo Stato, ma che si limita alla denuncia della repressione e dell’impunità. Il giudice della Audiencia Nacional Baltasar Garzón, che si occupa delle indagini su questi casi, ha dimenticato di prorogare la sospensione delle attività di questo organismo dal febbraio 2007, pertanto, oggi, si può ritenere che questa proibizione sia decaduta a causa della negligenza del giudice stesso.

Alcune settimane dopo, sono stati arrestati Ohiana Agirre, della stessa organizzazione antirepressiva Askatasuna e Joseba Alvarez, responsabile dell’area internazionale di Batasuna.

Quotidiani vicini al Governo avevano annunciato questa nuova strategia; il 9 settembre, El País indicava che «Il Governo sta rispondendo alla sfida di ETA in maniera “implacabile”, secondo l’espressione del presidente José Luis Rodríguez Zapatero. Questa decisione, si traduce nel fatto che non solo attaccherà l’apparato militare di ETA, ma anche la cupola politica che ha partecipato al processo di dialogo e le associazioni loro affini, assicurano fonti governative». Il 30 dello stesso mese, il quotidiano Público si riferiva a questa dinamica repressiva contro organismi indipendentisti sottolineando che «il Governo spera che, prima delle elezioni, gran parte dei loro leader sia in prigione».

In un ambiente surriscaldato e rispondendo puntualmente a questa volontà dell’Esecutivo, il 4 ottobre una ventina di dirigenti della sinistra indipendentista basca sono stati arrestati dalla polizia spagnola, che ha messo in atto una grande operazione e ha completamente occupato Segua, una piccola località in Gipuzkoa, dove stavano per svolgere una riunione; altre due persone sarebbero state arrestate successivamente e tutti sono stati posti in isolamento assoluto (senza assistenza legale, né medica, N.d.T.), anche se non sono stati denunciati maltrattamenti.

La copertura giuridica è stata nuovamente affidata al giudice della Audiencia Nacional Baltasar Garzón; secondo la sua giustificazione, in un documento del 7 ottobre, “la trama terrorista guidata da ETA, agisce con vocazione fagocitante e predatoria su tutto lo spettro conosciuto come sinistra indipendentista basca”, spazio che Batasuna “senza dubbio ha cercato e cerca di strumentalizzare per insediarvisi”. La conclusione dell’argomentazione è (letteralmente) che “questa tendenza espansiva di Batasuna sotto gli auspici di ETA è evidente e può produrre effetti in altre organizzazione che potrebbe, eventualmente, colonizzare e nei confronti delle quali si potrà agire, se del caso, nel momento nel quale vi saranno sufficienti indizi, ma non prima”. In conclusione, tutta la sinistra indipendentista basca è potenzialmente ETA e contro di essa si agirà in futuro.

In collusione con Garzón, il Ministro degli Interni, Sig. Rubalcaba, ha dichiarato che «Batasuna si sta riorganizzando solo e semplicemente per appoggiare ETA». «E questo è ciò che lo Stato non consentirà», ha sentenziato..

Questa operazione, basata esclusivamente sull’attività politica dei membri di Batasuna, è stata definita da mezzi di comunicazione internazionali “operazione di vendetta”. Indipendentemente dai principi processuali che si trasgrediscano, dalla legalità o illegalità con la quale si eseguono queste operazioni poliziesche, al di là dei presunti “fondamenti di diritto” impiegati, ciò che rimane è una politica di persecuzione ed aggressione alle idee e benché si continui ad utilizzare la polizia ed il sistema giudiziario come valvola di sfogo di fronte a congiunture politiche, questa azione repressiva non sfugge agli occhi di osservatori internazionali e di organismi che si occupano di diritti umani.



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:: Garzón manda in prigione Marije Fullaondo

Proprio una delle ricorrenti al Tribunale di Strasburgo contro la messa fuori legge di Herritarren Zerrenda, Marije Fullaondo, è stata arrestata il 18 dicembre scorso in un’operazione condotta dal magistrato della Audiencia Nacional (Tribunale Speciale, N.d.T) Baltasar Garzón. Quando la sua avvocata si è messa in contatto con la Audiencia Nacional, le è stata negata qualsiasi informazione, sostenendo che le indagini erano coperte da segreto; dopo tre giorni di detenzione in isolamento assoluto, è stata mandata in carcere con l’accusa di “partecipazione ad organizzazione terrorista e reiterazione del reato”. Nel suo documento, il giudice collega Fullaondo ai partiti politici EAE-ANV ed EHAK, ad oggi legali e rappresentati in municipi baschi e nel Parlamento Autonomo Basco; il magistrato afferma che “avvierà un’analisi più approfondita” di queste organizzazioni. Fullaondo, poche ore prima del suo arresto, aveva rilasciato un’intervista nella quale affermava che “la fotografia di questi ultimi giorni, ci presenta una recrudescenza enorme del conflitto fra Euskal Herria e lo Stato spagnolo ed in questo contesto politico si spiegano le azioni repressive dello Stato e quelle di ETA”; la ragione dell’arresto, secondo l’ordine della magistratura, sarebbe da inquadrare nell’operazione iniziata dalla Polizia spagnola lo scorso 4 ottobre, a Segua, nel corso della quale è stata arrestata buona parte della direzione di Batasuna.

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:: Strasburgo ammette il ricorso di Batasuna contro la sua messa fuori legge

All’inizio di dicembre è stato confermato che il Tribunale Europeo per i Diritti Umani analizzerà i ricorsi di Herri Batasuna e di Batasuna, oltre a quelli di Autodeterminaziorako Bilgunea (AuB), delle piattaforme elettorali locali e di Herritarren Zerrenda (HZ), contro la loro messa fuori legge in applicazione della Legge sui Partiti Politici. Questi ricorsi sono stati presentati al Tribunale di Strasburgo dai difensori dei partiti indipendentisti una volta esauriti i diversi gradi di giudizio del sistema spagnolo, poiché ritengono che siano stati violati gli articoli 10 ed 11 della Convenzione di Roma, relativi rispettivamente al diritto alla libertà di espressione ed a quello alla libertà di riunione e di associazione.

L’Avvocatura dello Stato spagnolo avrebbe giustificato la messa fuori legge affermando che i ricorrenti «costituivano una minaccia per i diritti umani, per la democrazia e per il pluralismo»; a questo scopo, si è appoggiata alla tesi sostenuta dal giudice Baltasar Garzón secondo la quale «tutto è ETA» ritenendo che «la creazione di Batasuna e di Herri Batasuna risponde alla strategia di ETA di duplicare i suoi assi di attività».

Davanti a queste posizioni contrapposte, il massimo Tribunale per la salvaguardia dei Diritti Umani decide che «alla luce dell’insieme di argomentazioni delle parti, questi ricorsi presentano questioni serie, di fatto e di Diritto, che non possono essere risolte in questa fase, ma che necessitano di un esame approfondito».

Quanto alla valutazione di questa prima risoluzione, mentre le difese esprimono una “prudente soddisfazione”, lo Stato ritiene che non c’è problema, poiché «le ragioni sono dalla sua parte». In ogni caso, se si guarda alle statistiche, il Tribunale di Strasburgo accetta di esaminare solo l’1,5% dei ricorsi, accogliendone infine l’80%..

Ora si apre una nuova fase della causa nella quale, in primo luogo, entrambe le parti potranno presentare, se lo riterranno opportuno, nuove argomentazioni; si tratta di un processo che risulterà lungo, ma che potrebbe ristabilire i diritti politici più fondamentali in Euskal Herria.


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:: ANALISI:
S ituazione della lotta contro la tortura.
Julen Arzuaga, Coordinador de Behatokia

Prima dell’estate, è stato considerato definitivamente terminato il processo negoziale sul futuro del conflitto basco; la metodologia di dibattito politico presentava un progetto di due tavoli di negoziato: il primo fra l’organizzazione ETA ed il Governo spagnolo, al quale si sarebbero affrontate questioni relative al conflitto armato ed il secondo, fra i partiti Batasuna, PNV e PSE, per sbloccare la parte politica del conflitto basco, i cui nodi gordiani sono il riconoscimento del territorio basco a sud dei Pirenei ed il suo diritto a decidere il suo futuro in condizioni di uguaglianza per tutti i progetti politici.

Così, sebbene appaia evidente che il motivo di disaccordo e della rottura dei negoziati risieda in questioni di ordine politico, di divergenza sui contenuti, le forme hanno rivestito una grande importanza. Mentre lo Stato ha reso pubblico il risultato positivo di un processo di verifica per il quale ETA aveva disattivato le sue espressioni di violenza, lo Stato non ha disattivato nemmeno per un minuto la sua azione repressiva durante i colloqui politici, un’azione che è, tra l’altro, in contrasto con gli standard basilari dei diritti umani e delle libertà fondamentali rispetto ai quali lo Stato si è volontariamente impegnato, con un’infinità di trattati ed accordi internazionali. Partiti politici sono rimasti fuori legge, si è impedito che un ampio settore sociale potesse presentarsi alle elezioni o potesse esercitare il diritto di voto, sono state sospese le attività dei movimenti politici e sociali baschi e sono continuati i processi contro i loro attivisti; la presenza di forze militari (esercito e Guardia Civil) nelle piazze e nelle strade basche è stata costante, confermando che il Paese Basco è, oggi, il territorio maggiormente militarizzato dell’Europa Occidentale. È stata esercitata una pressione crescente contro il collettivo dei prigionieri politici, con le solite misure (dispersione nelle carceri di tutto il territorio spagnolo e francese, pene da scontare integralmente, fino a 40 anni, impossibilità di scarcerazione per i prigionieri malati) ed inventandone di nuove (quella nota come “Dottrina Parot”, che nega il diritto alla libertà dopo avere scontato la pena o la fabbricazione di nuove accuse, come nel caso di Iñaki de Juana...); non è stata cambiata di una virgola la struttura antiterrorista rafforzata dal PP con il regime di detenzione in isolamento assoluto e con le competenze assegnate alla Audiencia Nacional come punta di lancia… In definitiva, come riconosciuto dallo stesso PSOE, lo Stato non è mai stato in tregua e, come denunciato da organismi baschi oggi nell’occhio del ciclone e da istituzioni ed osservatori internazionali, lo Stato spagnolo non ha voluto accettare le condizioni minime, dei fondamentali democratici minimi, per affrontare un processo di superamento di tutte le violenze e di risoluzione politica del conflitto basco.

Così, dopo l’estate, si è moltiplicata una dinamica che già si prevedeva, è stata attuata una brutale attività repressiva, della quale diamo conto in questo bollettino; “Lo Stato è pronto a questo combattimento”, dice il guerriero Zapatero e torna ai suoi vecchi castelli per esibire le sue armi obsolete, quelle politiche (la Costituzione spagnola, camicia di forza della legalità spagnola) e quelle repressive (Garzón dalla Audiencia Nacional, il regime di isolamento assoluto, il sistema penitenziario…), mostrando i muscoli.

Non sembrano buoni momenti per i movimenti critici, dissidenti, di opposizione ad un sistema arroccato e che si trova più a suo agio nel brandire tutta la batteria di misure repressive (ordinarie o eccezionali) delle quali si è dotato negli ultimi anni che nell’utilizzare argomenti verbali. Certamente, disegnare una strategia di risposta alla repressione è una delle necessità imperative dei movimenti sociali in Euskal Herria, nello Stato spagnolo ed in quasi tutta l’Europa.

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